03 feb 2009

Non passa lo straniero

di Claudio Marino

Non so come cambi la vita di una donna cha abbia subito una violenza nel modo più abietto che si possa concepire, con ferocia e disprezzo verso la dignità umana.

Posso immaginare che chiunque abbia la sventura di subire abusi e violenze sia portato a credere di essere considerato dagli altri (alcuni) più o meno come un oggetto, che non gli è riconosciuto il rispetto e la dignità dovuti ad ogni essere umano. E penso che, da quel momento in poi, maturi una diversa coscienza dei rapporti umani, più chiusa e rivolta verso sé stessi, per difendersi dai pensieri e dalle azioni di coloro che hanno cambiato la vita di una persona per sempre.

Non riesco ad analizzare e commentare l’operato dei due parlamentari che hanno visitato in carcere gli autori della violenza, non ho (come penso molti altri) al momento la serenità necessaria per capire, farmi un’opinione che non sia dettata dal disgusto, dalla rabbia, forse anche dall’odio (anche se i colpevoli devono essere reclusi e non percossi).

Ma forse è proprio questo il punto. E’ difficile talvolta esaminare i fatti per quello che sono realmente: spesso siamo portati a guardare il contesto in cui essi avvengono, che però non sempre aiuta a comprendere bene la realtà.

E allora, provo a procedere ad un ragionamento per paradossi, come mi ha insegnato un collega (una delle persone più intelligenti che conosco) per cercare di capire qualcosa in situazioni apparentemente oscure.

Immagino una violenza sessuale operata dai figli di personaggi noti e rispettati (che spero non me ne vogliano per averli usati) come Marchionne, Eco, Tronchetti Provera, Napolitano, etc. Stesso reato, diverso contesto.

Avremmo assistito a tentativi di linciaggio nei confronti degli autori di una simile violenza?

Si sarebbe verificata una sommossa di popolo contro le personalità più in vista del paese, così come si è verificato verso gli stranieri in generale?

Il fatto di avere agito in branco sarebbe stata considerata dall’opinione pubblica un’aggravante, in quanto nucleo di azioni criminali, o piuttosto un’attenuante, in quanto aggregazione sociale e rifugio di alcuni giovani sbandati schiacciati dalla ingombrante personalità di cotanti genitori?

Mi rendo conto che il ragionamento è irrispettoso e abnorme: ma serve per dimostrare che, a volte, si corre il rischio di giudicare il contesto, piuttosto che il crimine.

Rimango contrario alla pena di morte perché nessuno, penso, ha il diritto di decidere della vita di un altro essere umano, neanche di un bieco assassino. Prenderei in considerazione i lavori forzati a vita nei confronti di coloro che hanno commesso questo reato: ma per il danno gravissimo causato alla dignità di quella donna e delle donne in genere, e non a causa della loro nazionalità o per i reati, veri o paventati, dei loro connazionali.

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