12 gen 2009

Dal modello inferenziale al Citizen Journalism

 

In questi giorni, leggendo il libro di Artuso e MasonLa nuova comunicazione interna (Franco Angeli, Bari, 2007)

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mi son soffermato un po’ ad analizzare i nuovi modelli di comunicazione digitale.

Fare comunicazione digitale oggi, obbliga a confrontarsi con le opinioni degli altri e quindi con una “modalità inferenziale” di tipo polidirezionale (uno-uno, uno-molti, molti-uno, molti-molti) detta anche modalità "pull". Questa modalità si separa dalla tradizione, mutuata dal mainstream, che prevede l'emissione di comunicati o notizie in “modalità trasmissiva” di tipo monodirezionale (uno-molti) detta anche modalità "push".

Soffermarsi e riflettere sui pregi e difetti di queste due modalità di comunicare può farci comprendere meglio il paradigma della comunicazione come "conversazione" tipico del web 2.0.

P. Artuso e G. Mason nel libro “La nuova comunicazione interna” (Franco Angeli, Bari, 2007) definiscono e raffigurano il “modello trasmissivo” come un modello legato alla “ ‘forma’ di trasmissione, secondo uno schema riassumibile nella formula: mittente - codice - messaggio - canale - destinatario.

In questo schema il problema della comunicazione e la complessità legata all'interazione tra soggetti si riduce a una questione tutto sommato ingegneristica: noi (mittenti) siamo in possesso di un oggetto (messaggio) che dobbiamo trasmettere a qualcuno (destinatario) e ci dobbiamo assicurare che arrivi a destinazione nella maniera migliore.

Per fare questo veicoleremo il nostro oggetto in un sistema di trasmissione (canale) impacchettandolo tramite un opportuno sistema di segni convenzionali condivisi da tutti (cosice). Tutto si riduce a un problema trasmissivo, un problema, per così dire, di "pacchi postali".

Questo modello è piuttosto intuitivo, ma proprio per questo risulta insidioso e problematico. A un primo sguardo sembra che tutto quadri rispetto ai dati della nostra esperienza, ma in realtà lo schema non regge ad una osservazione prolungata. Se la comunicazione è la trasmissione di qualche cosa, che cosa viene effettivamente trasmesso? Informazioni, simboli, emozioni, o un invito a fare qualche cosa? Come possiamo assicurarci che la trasmissione non si deteriori nel tragitto? Ancora siamo sicuri che questa eventuale modificazione non sia poi, in fondo, una componente essenziale? In quali punti agisce il destinatario? Qual'è il ruolo del mittente? Che cosa significa possedere un codice condiviso? Infine, il canale nel quale tutto transiterebbe è affatto indifferente alla trasmissione?”

I due autori attingono a piene mani al libro di R.Jakobson “Linguistica e poetica” (Feltrinelli, Milano, 1958), per illustrare la teoria elaborata da Shannon e Weaver che è alla base del “modello trasmissivo”. Essi la confrontano con la teoria cognitiva ideata negli anni '80 dall'antropologo Dan Sperber insieme alla linguista Deirde Wilson nota come “teoria della pertinenza” che arricchisce e sviluppa le idee del filosofo Paul Grice. Questa teoria sostiene che la "comunicazione richiede innanzitutto degli attori che si muovono in un contesto di azione: dei soggetti dotati di intenzioni e della volontà di esprimere qualcosa per qualche fine e degli interpreti che a vario titolo mettano in moto un processo inferenziale".

Secondo il modello inferenziale suggerito da P. Grice, chi comunica produce indizi di ciò che "vuol dire", indizi che vanno al di là dei significati letterali che i singoli enunciati possiedono. Partendo da questi indizi il destinatario inferisce il contenuto del significato che il parlante ci voleva far arrivare. La comprensione inferenziale, allora, è la capacità di attribuire stati mentali ai nostri simili (credenze, desideri, speranze, ipotesi, convinzioni, ecc.) a partire dai significati intesi dai parlanti e non dai significati letterali delle parole (che come sappiamo possono non coincidere affatto con i pensieri delle persone).

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Il “modello inferenziale”, dunque, guarda alla comunicazione come a una conversazione permanente, e non come semplice scambio di messaggi. Tutto ciò permette di valorizzare i processi interpretativi e guarda sia al contenuto, sia alla relazione tra mittente e destinatario.

Secondo me, grazie all'adozione di questo modello, anche i giornali on-line hanno intrapreso una sofferta rimodulazione nel loro modello di produzione e divulgazione delle informazioni e hanno contaminato gli altri attori del mainstream come le radio e le televisioni. Tutto il sistema di broadcasting dall'avvento del web 2.0 si è rimesso in discussione.

Giornale on-line, oggi, significa produrre conversazioni non più articoli. Certo, alla base della conversazione c'è l'opinione del giornalista, ma si è introdotta la modalità di interazione. L'articolo può essere votato (rating) discusso (conversation) condiviso su altri media (share), ecc. Inoltre, attorno a un tema o a un opinione si possono sviluppare conversazioni stimolate da altri contributi: quelli degli utenti.

Esistono, inoltre, veri e propri giornali on-line scritti dagli utenti che diventano, di fatto, dei veri e propri “citizen journalist, anche se il paradigma attuale prevede una commistione fra il modello trasmissivo basato sulla predominanza di articoli scritti da articoli professionisti e una percentuale di contenuti scritti dagli utenti o prelevati dagli altri media sottoforma di aggregazione attorno a contesti precisi.

E’ immaginabile oggi una forma di conversazione fra giornalisti professionisti e blogger attorno a temi di attualità?

da Wikipedia…………..”Tom Curley, il direttore dell’Associated Press, nel discorso di apertura della conferenza dell’Online News Association del 2004 ha detto:

« come abbiamo potuto vedere chiaramente nell’ultimo anno, i consumatori vorranno utilizzare la natura interattiva di internet per partecipare direttamente allo scambio delle notizie e delle idee. L’informazione come lezione sta lasciando spazio all’informazione come conversazione »”.

E da noi nel 2009?

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