22 nov 2008

Lacrime di coccodrillo

di Claudio Marino

Dal punto di vista della maturità intellettuale, ero appena un ragazzino quando un gruppetto di persone decise di parlare di politica, di cultura, di società e di economia in un modo nuovo: adorato da qualcuno che lo accolse come un primo risveglio delle coscienze, una breccia nel mondo del pensiero unico ante litteram; incomprensibile per molti, che preferirono sempre il modo rassicurante dell’informazione dogmatica, standardizzata, fintamente super partes e altrettanto fintamente distaccata e obiettiva; osteggiato da alcuni altri, che vi trovavano spesso ostacoli all’avanzata delle loro sedicenti idee liberali, innovative in un modo che don Sturzo avrebbe probabilmente trovato contraddittorio.

Anche dopo l’esplosione di Tele Kabul, non fui in grado di capire quello che stava accadendo. Non riuscivo a condividere l’entusiasmo per questo fenomeno, inizialmente di nicchia, fino a che non mi accostai più responsabilmente alla vita reale.

E‘ bastato poi rendermi conto che quella politica che avevo sempre rifiutato, un po’ per delusione e un po’ per qualunquismo, era una parte importante della mia e delle altrui vite, per farmi capire ciò che mi stava accadendo intorno.

E per comprendere veramente cosa succede, per formarci giudizi obiettivi e non rischiare di farci trascinare dalle idee altrui, tutti noi abbiamo bisogno di sentire più campane.

Questo giornalista burbero, ironico, a volte quasi offensivo nel suo integralismo ma anche nella sua integrità, ironico fino a sfociare nel dispetto verso chi non la pensava come lui, ha dato a molti, a mio parere, la campana che mancava, una campana di enorme risonanza, tanto enorme da far gridare all’uso personale del mezzo televisivo e dell’informazione.

Con i ritmi della vita di oggi, che impone efficienza, velocità, programmazione, anche nel giornalismo si è consolidata l’abitudine di scrivere i cosiddetti “coccodrilli”, epitaffi preparati in onore di personaggi celebri in vista e comunque prima della loro dipartita. Sono dell’idea che, per chi conosceva bene Sandro Curzi, questo non sarebbe stato possibile, per due ordini di motivi.

In primo luogo, sarebbe stato impossibile prevedere cosa avrebbe fatto, detto o pensato quest’uomo, anche se stanco, amareggiato, anche se provato dalla malattia: si sarebbe corso il rischio di cadere nel banale, di sottolineare solo l’ideologia, di fare insomma quella retorica che lui odiava perchè, secondo lui, contrapposta alla sincerità.

E poi: ho sentito tante persone che gli sono state vicine, non per dovere ma per scelta, chiamarlo maestro, rivoluzionario, padre. Sentendo il tono di quelle parole, si percepisce il loro dolore ed il senso di vuoto per ciò che questa persona ha rappresentato: nessuno di loro avrebbe voluto anticipare, in qualche misura, la perdita di qualcosa di così importante, foss’anche stato un simbolo.

Tutte le grandi persone, quelli che ci lasciano qualcosa di importante per cui essere ricordati, quelli che come fari guidano la nostra vita e ci aiutano nella consapevolezza, nascono, crescono e infine declinano. Razionalmente è facile farsene una ragione, darsi una spiegazione ineccepibile dal punto di vista deterministico: ma oggi sono contento di non essere riuscito a trattenere una lacrima, perché questo nome, seppellito nella mia memoria insieme a migliaia di altri, mi aiuta a ricordare che esistono cose in cui vale la pena credere. Cose che mi fanno sentire vivo.

Sono sinceramente addolorato per chi non ha mai cercato di comprendere lo spirito che c’era dietro quelle facce serie.

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