4 ago 2008

Il popolo della libertà

di Claudio Marino

L'articolo di Ilvo Diamanti citato dal tenutario del blog giorni fa mi spinge a fare alcune riflessioni. Diamanti fa una foto crudele, ma veritiera, della realtà. Una realtà in cui i nuovi strumenti di conoscenza a disposizione delle persone, il web per primo, hanno contribuito a far nascere una nuova coscienza di noi stessi nel mondo in cui viviamo, una innovativa e per certi versi sorprendente visione del rapporto tra l’essere umano ed il suo contesto: la società dell’informazione.


Inizialmente, questa “scoperta” aveva il sapore della novità, si gustava quasi come un avvincente documentario che faceva conoscere un pezzo di realtà sino ad allora ignorata, non interferiva con il nostro essere donne e uomini, madri e padri, lavoratori, studenti o altro. Era un bel panorama, un viaggio da programmare ma senza ansia, un promettente spiraglio. Il tutto condito da una sorprendente facilità di accesso, che sollevava i più pigri e/o impegnati dal fastidio di dover trovare spazio e tempo per documentarsi. Come non farsi tentare?

Com’è ovvio, nelle persone di una certa età (più mentale che anagrafica) tutto questo ha sortito effetti mitigati dall’esperienza e da una certa naturale diffidenza verso il nuovo: ma nei più giovani e aperti, già per natura poco inclini alla ricerca, all’approfondimento, ha avuto il sapore di un mondo nuovo, migliore del vecchio, più facile e veloce, più interessante e avvincente, più “libero”, che anziché richiedere fatica e impegno ti porta quello che vuoi posto casa. Un modo nuovo di vivere la conoscenza che non ha impiegato molto per convincere i nuovi adepti dell’inutilità del vecchio. Portando talvolta con sé, come effetto collaterale, la convinzione che ciascuno può avere a disposizione tutti gli strumenti necessari per “costruirsi”, per crescere umanamente e professionalmente. E’ libertà, questa? Mah!

La scuola, ahinoi, in questa visione (che, sebbene in espansione, mi auguro possa essere marginale e non generalizzata), rientra tra i vecchi strumenti, non si confà alle nuove esigenze: è stantia, conservatrice, inadeguata, poco elastica. Non è utile.

Purtroppo, il problema non si risolverebbe, come provocatoriamente Diamanti propone, eliminando la categoria dei professori. Tutte le professioni legate ai servizi, alla cultura, alla formazione umana e civile sono sempre più viste come un lusso che oggi non ci si può più permettere, un di più rispetto all'importanza dell’autoaffermazione, della via primaria al successo self-made: non vanno forse in questa direzione gli esempi più eclatanti che rimbalzano nei media, nella politica, nell’economia?

In tempi come i nostri, dominati dall’incertezza per il futuro, è umano preoccuparsi dei bisogni primari: lavoro, casa, sicurezza. E pazienza se ciò comporta il passaggio in secondo piano di attività come l’approfondimento culturale, la riflessione, la socializzazione; pazienza se si è portati a pensare di potervi rinunciare, di poterlo tagliare come le spese superflue, spese di tempo, di concentrazione, di impegno. Ma è libertà, questa?

Qualcuno, citando l’ormai famoso “Is Google making us stoopid?”, ha detto che “la prossima generazione non saprà mai cosa si è persa”. Non sono d’accordo, se si circoscrive al popolo del web, ai nativi digitali. Invece, IMHO, costituisce un rischio concreto per chi sarà costretto a scegliere tra cultura e lavoro, tra riflessione e carriera, tra ideali e idee. Per chi non sarà libero di decidere.

Chi mette in discussione l’utilità della cultura, contrapponendola al valore dell’esperienza, commette l’errore di separare due aspetti dello stesso, universale valore: quello della conoscenza, tutta la conoscenza. Che non aiuta a vivere ed a migliorarci solo quando diventa sterile nozionismo, inutile saccenteria, sganciata da ogni realtà, arrotolata su se stessa in una nuvola di autocompiacimento, all’insegna del “ma quanto siamo bravi, noi” tanto cara ai militanti di una certa parte politica che, non a caso, è stata di recente duramente e ripetutamente punita dall’elettorato. Ma che diventa virtù quando, per merito suo, si acquisisce la consapevolezza di poter fare anziché subire, di poter parlare anziché sentire, di poter decidere senza condizionamenti del proprio futuro.

Per sperare di risolvere la questione palestinese, ai decisori di domani non basterà sapere che israeliani e palestinesi si odiano, gli servirà conoscere come si è arrivati a questo punto. E a chi intende proteggere la propria famiglia, non basterà conoscere la marca dell’insetticida, gli servirà conoscere l’effetto residuo sull’ambiente.

Cosa succederà (succede già oggi) quando il gap culturale penalizzerà le nuove generazioni, i trentenni di un molto prossimo domani, rendendoli poco adattabili ai nuovi scenari di politica, economia, vita sociale? Chi si farà carico dello sviluppo sostenibile?

Charles Darwin, molto tempo fa, ha fornito una risposta: sopravvive solo chi è capace di adattarsi, gli altri sono destinati all’estinzione. Non appaia semplicistico, è provato da millenni. Non è apocalittico, è una legge naturale. Per fortuna, governabile: sta a noi, al nostro libero arbitrio, alla libertà di acquisire e gestire al meglio la conoscenza, attrezzarci in modo opportuno. Ma bisogna essere liberi di farlo.

3 commenti:

antoniocontent ha detto...

splendido articolo, per ciò che dice e per come lo dice.

il problema di pezzi scritti così è che ci ricordano che bisogna - tra le altre cose - anche saper scrivere per dare forza alle proprie idee

:-)

a

claudio70 ha detto...

@antoniocontent:
mi sembra che Diamanti lo scriva bene e spesso. In un certo senso, per la sua capacità di esplicitare ciò che molti pensano ma spesso in modo inconsapevole, rappresenta una sorta di "coscienza di scorta", utile quando ci si appiattisce troppo su realtà imposte da altri in modo subliminale e da noi accettate poco criticamente.

Anonimo ha detto...

L'articolo è molto ben scritto e molto ben strutturato e credo che riassuma pienamente una cosa che capita spesso qui in Italia, ovvero, il non sapersi assumere le proprie responsabilità..
Come sempre e in ogni dove credo che la verità stia esattamente nel mezzo!!
Da una parte i docenti che non sono tutti stinchi di santo dall'altra i genitori che dovrebbero educare meglio i propri figli e capire quando è il caso di difenderli, da un'altra parte ancora i media che dovrebbero piantarla di deviare i ragazzi con falsi miti e idioti vari da idolatrare.
Il problema della cultura e soprattutto l'amore per la conoscienza come bagaglio da trasmettere a figli e posteri può solo essere stimolato dalla sinergia delle parti, inutile attribuire le colpe agli uni o agli altri!
L'unica cosa che non condivido dell'articolo è quel riferimento agli "imprenditori" che mi puzza un pò troppo di antiberlusconismo.
Ma ogni cervello è un piccolo mondo, soprattutto quello di Bossi, che di fatti è grande quanto la sua utopistica padania, 2-3 Km quadrati forse..

Roberto P.