28 lug 2008

Web 1.99

di Claudio Marino

Questo era un commento a due articoli del tenutario del blog, ma improvvisamente è cresciuto ed ha subito una mutazione, assumendo vita propria.

C’erano  una volta l’enciclopedia in 22 tomi, il telefono, gli sportelli per il pubblico. Chi voleva, poteva accedervi con una relativa sicurezza di ottenere informazioni corrette. Nessuno si poneva il problema dell’autorevolezza, perché non esistevano altre fonti.

Poi venne Internet, prima timidamente, poi un’esplosione di notizie, dati, informazioni: i siti internet, il web 1.0, dove tutti potevano accedere come alternativa alle fonti tradizionali. Informazioni da prendere con le molle, indicative e non esaustive, aggiornate ma non in modo costante.

Poi qualcuno ebbe una bella pensata: perché non “aprire” i siti? Incrociandoli con le chat, magari? Renderli permeabili ai commenti, ai contributi, spostando la dialettica dai gruppi di discussione verso i siti che riportano i dati, le notizie, le informazioni. Il web 2.0, dove l’informazione viene inserita, trattata, diffusa, aggregata, discussa, rielaborata, condivisa, organizzata. I weblog, nati grazie anche ad una certa vena narcisistica innata nel genere umano, diventano così lo strumento più avanzato per chi vuole non solo fornire ma diffondere conoscenza. Wikipedia assume il ruolo di precursore delle nuove banche dati universali: universali per argomenti, ma anche per diffusione e per partecipazione.

Poi arriva uno, uno (quasi) qualunque, che apre un blog in cui parla di web 2.0 ma anche delle sue vacanze. Uno che usa termini come “diffusione”, “disseminazione”, “virulenza”, “contaminazione”: sembra un esperto in malattie infettive ma invece parla di conoscenza, dei nuovi strumenti per acquisirla, dei modi con i quali renderla sempre più permeante. Parla bene questo tipo, d’altra parte il suo hobby coincide con il suo lavoro, bella forza. Ma qualcuno lo segue, diventa un riferimento per chi la pensa come lui. E un bel giorno, cosa fa? Invece di sfruttare il consenso seguendo la sua vena narcisistica, impazzisce. Nel nome della condivisione apre il suo blog ai contributi (e non solo ai commenti) altrui, ospita altri blogger, amici e conoscenti che scrivono sul suo spazio, lo “occupano”, a volte limitando lo spazio per i suoi articoli.

Perché? Necessità di riempire spazi lasciati vuoti da una crisi di creatività? La famiglia richiede più attenzioni? Diversificare il prodotto per sbaragliare la concorrenza?

Poi, un giorno, esce Google Knol. Sembra una bella idea, la sublimazione della conoscenza in versione web, oppure la faccia autorevole di Wikipedia. Non tutto, ma il meglio di tutto. Da tutti i migliori per tutti i lettori. Un po’ di ordine e disciplina nel web, un faro rassicurante nell’oceano delle informazioni. E chi guarderà più Wikipedia?

Qualcuno esulta: “Finalmente!”. Ma il tizio di prima storce il naso: “Non è 2.0, manca la partecipazione. Meglio l’autorevolezza garantita dagli utenti che quella dei grandi nomi! E’ un passo indietro”.

Ecco allora, forse, il motivo reale di quello che poteva sembrare a prima vista un raptus di follia: voglia di precorrere i tempi e passare al web 3.0 (anche se lui odia questo termine), quello del mash-up globale, della socialità-prima-di-tutto-anche-delle-proprie-idee, della condivisione come mezzo principe per la diffusione della conoscenza. Nella convinzione che esistono tantissime donne e uomini che possono contribuire ad arrestare quel degrado culturale che sta prendendo sempre più piede: persone che aspettano di capire che non sono soli a combattere questa battaglia e che non necessariamente l’aiuto deve arrivare dall’alto.

Non so se ho interpretato correttamente il pensiero di quel blogger e non sono sicuro che questa sia una strada che spunta, ma sembra che parecchi la pensino così.

Il popolo del web è abituato alle rivoluzioni, questa sarà la nuova frontiera?

Nessun commento: