22 lug 2008

Trenitalia 2.0 (impressioni di un immigrato digitale)

di Claudio Marino

Faccio due premesse, per evitare eventuali polemiche:
  • sono un immigrato digitale: per questo, quando parlo della rete, lo faccio dal mio punto di vista e con il bagaglio della mia cultura e della mia (limitata) esperienza;
  • mi piace pensare che le mie idee trovino spazio in questo blog per il bel rapporto di fiducia che si è instaurato con Gigi, aldilà di come ciascuno di noi la pensi riguardo a politica, costume, morale, etc. Lui sa che non scrivo per passione ma solo quando qualcosa mi stuzzica: per questo, non riporto verità ma solo pensieri personali sparsi che possono non essere condivisi.


Oggi mi sono svegliato con la voglia di scrivere un commento sull’epistemologia della scienza: mi astengo perché non ne capisco nulla. Normale, si dirà: ma non è sempre così.

Mio padre è uso leggere una testata giornalistica (cartacea, data la sua età) che tempo fa era considerata molto particolare poiché risentiva della forte personalità del suo direttore e fondatore, oggi è solo poco autorevole poiché risente dei forti interessi dell’editore.

Io non riesco a trovare il tempo di leggere tabloid, ma ieri un titolo ha colpito la mia attenzione e, curioso, ho approfondito. La lettura di articoli come questo, che (semplificando) parla dell’influenza di Internet sui ragazzi, porta due riflessioni.

La prima: la cronaca, quella pura, senza alcun commento né opinione, senza frasi sopra o sotto le righe, riportando solo notizie di altre fonti, asettica insomma, esiste ancora.

La seconda: l’assoluta mancanza nel testo di parole come “web 2.0”, “nativi”, social networking”, fa pensare che l’autore conosca il web (più o meno come lo conosco io) ma non sappia cosa vuol dire “abitarlo”: e allora, perché scrivere a tutti i costi di una realtà che non si padroneggia?

Fino ad alcuni mesi fa, leggendo frasi apocalittiche del tipo “la prossima generazione non saprà neppure cosa si sia persa” (ma qual è la generazione che non ha perso un po’ della conoscenza delle generazioni precedenti?), forse avrei comunque considerato il pezzo approssimativo e intriso di pressappochismo, ma magari avrei condiviso le preoccupazioni riportate. Fare filosofia va di moda, è trendy, è stato sfatato il mito secondo il quale solo i filosofi possono farla. Ma oggi, persino un classico immigrato-digitale-che-aspira-a-diventare-nativo-ma-non-riesce-ad-abbandonare-le-sue-certezze-analogiche come me capisce che, quando si cerca a tutti i costi di fare della filosofia su questioni che hanno un impatto ben più ampio del puro utilizzo dei search-engine, i risultati sono parziali. Meno male che qualcuno, appena sotto, ha mitigato e raddrizzato il senso di quelle parole confuse.

Nell’articolo si enfatizza come i giovanissimi, a causa dell’uso continuo e costante del web, finiscano per considerarlo come unico modus vivendi, allentando il contatto con la realtà. Mi viene in mente che anche l’invenzione dell’arcaico pallottoliere ha modificato il modo di fare i conti, ma non mi sembra che la matematica sia stata distrutta per questo. Abbiamo solo cambiato modo di approcciarci, di impostare i calcoli, così come il web 2.0 ha cambiato il modo di impostare la vita sociale, il lavoro, l’informazione e la conoscenza.

Mi sovviene un esempio. Per ora faccio il pendolare e per andare al lavoro prendo il treno. Si può usare questo mezzo in due modi. Occasionalmente, come faccio io: guardo gli orari, scelgo stazioni e coincidenze, vado alla stazione, salgo, percorro la mia tratta e scendo. Come sul web: mi servono dei dati, apro Google, inserisco parole chiave, ottengo informazioni.

Non avendo nulla da fare lungo il tragitto, osservavo gli altri passeggeri: passeggeri abituali, che nei pochi minuti di viaggio si incontrano, scambiano idee per il prossimo matrimonio di una, commentano l’orario di lavoro dell’altro, firmano petizioni per incrementare i vagoni di una certa linea, si scambiano informazioni su percorsi alternativi, etc. Non lavorano insieme, non vivono nella stessa città: ma si “conoscono”, si frequentano in quel posto, intessono relazioni sociali altrimenti impossibili per la distanza o le situazioni familiari o personali. Questi “vivono” il treno in modo 2.0: lo plasmano, lo usano anche per fini che vanno aldilà di quello istituzionale di mezzo di trasporto. Come sul web: mi serve organizzare le informazioni, uso social network, strumenti per il microblogging ed il social bookmarking, entro in contatto con altri che possono darmi una mano, creo una rete, ottengo conoscenza.

Il web 2.0 è sicuramente una rivoluzione culturale, ma non mentale. Cambia il modo di pensare, lo adegua alle esigenze della vita moderna, non altera valori e morale. E’ in grado di organizzare l’informazione in conoscenza, come Caterina ha spiegato in modo egregio su questo blog: è un difetto?

Oggi, in un mondo in cui tutti, anche quelli non sanno come accendere un PC, vanno di corsa, il web 2.0 è un’opportunità in più: bisogna arrivare puntuali per poterla prendere, chi si ferma è perduto. Guarda un po’, come il treno.

7 commenti:

Anonimo ha detto...

... ma cosa c'entra "Trenitalia"?
S'impari almeno a scrivere un titolo in modo corretto.
E' questo il Web 2.0? Parole in libertà e logorrea grafomane?

Gigi Cogo ha detto...

gentile anonimo,

si possono leggere gli articoli di un blog alla velocità della luce e magari fermarsi a metà senza arrivare alla fine perchè non condivisibili.
Forse, prima di inserire un commento in un blog, sarebbe utile approcciarsi al web 2.0 proprio nella modalità relazionale:

a) presentarsi con nome e cognome
b) leggere con attenzione
c) sviluppare relazioni
d) partecipare con reazioni

mi sembra tu sia partito dal punto "d" saltando gli altri :-)

Buona fortuna

claudio70 ha detto...

@Anonimo (ma in verità a tutti).
Come detto in premessa, è naturale non condividere i pensieri (articoli sarebbe troppo per quello che scrivo)riportati sul blog. Giudichi il titolo inesatto? Il resto è logorroico, pieno di libertà, troppo fantasioso? Probabilmente è vero. E' scritto nella farneticante volontà di stimolare riflessioni, commenti, spunti di discussione, credo che questo sia il fine di un blog: produrre memi, diffondere non solo notizie ma opinioni in modalità collaborativa e sociale, come una volta si faceva al bar o nei circoli, ma con maggiore forza e velocità. Relazioni sociali con mezzi e mentalità innovative quindi: altrimenti, IMHO, la bellissima realtà di blog & co. rischia di appiattirsi e diventare ciò che superficialmente qualcuno sostiene, una massa di malati di internet che non hanno di meglio da fare che stare piegati tutto il giorno sulla tastiera. Non mi sento 2.0, l'avevo premesso: ma inizio a capire cosa vuol dire. Non voglio difendere la mia opinione nè cambiare la tua. Senza nessuna polemica, nello spirito di quello che ho scritto, perchè non dai una tua interpretazione del web 2.0? Considera che il blog è letto anche da immigrati digitali come me, affamati di conoscenza.

Anonimo ha detto...

Presentarsi con nome e cognome sarebbe la cifra del web 2.0?
Occorre anche il codice fiscale e il pin dell'iphone?
:D

Finchè le piattaforme di blogging permetteranno commenti anonimi, ci saranno commenti anonimi.
Altrimenti meglio impedirlo a monte.

Gigi Cogo ha detto...

@claudio70

l'anonimo è un "lurker", non è di primo pelo. Vedi che adopera le emoticon e parla di "piattaforme" blog!

Comunque benvenuti anche ai lurker, non chiediamo il codice fiscale. D'altronde tra poco lo leveranno anche per la dichiarazione dei redditi :-)

Il nostro è un tentativo culturale (e siamo migliaia che credono sia utile mettere il faccione davanti alle proprie idee). Le reti sociali si costruiscono su questo approccio ma, in Italia, non è sempre facile e non ce ne danniamo.

Quindi anonimi, lurker, fancazzisti, qui c'è sempre spazio per il dialogo :-D
Ma anche la polemica non ci dispiace.......se costruttiva.
Se invece è fatta per prendere per i fondelli, forse è meglio mollare qui e passare l'estate in modo più divertente.

MassiGrassi ha detto...

Penso che il pezzo de Il Giornale (ma potremmo generalizzare per quasi tutta la stampa italiana) sia uno specchio evidente della bassa qualità dell'informazione italiana.

Si riporta un tema affrontato da altri (http://www.theatlantic.com/doc/200807/google), già riportato da altre testate giornalistiche italiane e non lo si completa con nessuna analisi aggiuntiva.

Nel merito invece ci sono alcuni elementi di verità. Lavoro nel mondo IT da quasi dieci anni e mi rendo conto come l'approccio alla ricerca delle informazioni ed al loro studio stia cambiando. Solamente con l'utilizzo giornaliero delle email il nostro modo di comunicare è cambiato profondamente.

Ora nelle mail di lavoro sei costretto (per assicurarti che l'interlocutore legga e comprenda quello che vuoi dire) a concentrare le tue conclusioni in rapide e concise asserzioni. In passato avrei allegato un documento di analisi con un testo della mail generico. E' un esempio ma è sicuramente uno dei cambiamenti che ho colto di questi tempi.

Gigi Cogo ha detto...

@MassiGrassi

assolutamente daccordo. Approfondire è un termine che, assieme a riflettere, rischia di sparire dal vocabolario.