16 lug 2008

La vita è un teorema?

di Claudio Marino

 

Alzi la mano chi amava andare a scuola. Sono certo di essere in ottima compagnia, quando affermo che non mi piaceva. Non avevo problemi, semplicemente sopportavo male gli obblighi,le costrizioni, le imposizioni “senza spiegazione”.

Particolarmente odiosi mi risultavano i teoremi: perché di questi incubi culturali si doveva conoscere non solo l’enunciato, ma anche le dimostrazioni, i passaggi logici, tutta la teoria che stava alla base, le motivazioni per le quali erano stati messi a punto? Una tortura, per me come, penso, per molti altri.

marco_scolaro

 

Poi, essendo comunque costretto a conviverci per l’indirizzo dei miei studi, me ne sono fatto una ragione, e ad un certo punto ho iniziato persino a prenderci gusto, ad assaporare tutto ciò che sta dietro una formula, un’applicazione teorica, una sperimentazione. Perché risulta veramente difficile appropriarsi di una teoria, padroneggiare un’applicazione, capire come affrontare una situazione senza conoscere il retroscena, i passaggi che portano all’algoritmo finale, alla formula conclusiva. La conoscenza a volte, per essere vera, deve necessariamente passare di qua, da questa fase propedeutica e conoscitiva.

Oggi mi pare di ricadere nel dubbio. Il nostro caro vacanziero titolare di questo spazio accennava ieri al solito premier, che parlava del solito teorema, inerente alla solita cronaca giudiziaria. Ma i teoremi non erano fino a poco tempo fa confinati alla scienza? Non era quello il loro terreno naturale? E soprattutto: non avevano bisogno di un background, di una utilità, di un utilizzo accorto?

Si scomodano scienza e conoscenza per far passare sottili critiche al sistema giudiziario, in cui si vorrebbe far sconfinare i teoremi. Ma davanti ai comportamenti dei nostri amministratori, sicuramente meritevoli di essere approfonditi tramite indagini corrette e scrupolose ma moralmente non cristallini, che gettano ombre sulla loro condotta, mi viene un dubbio: e se questi puri, casti e disinteressati gestori del nostro presente e del nostro futuro iniziassero a permeare anche l’azione politica di teoremi, intesi però come rigore? Non sarebbe un modo per certificare il loro lavoro, così come si chiede di fare alla magistratura?

Così come ciascuno di noi spera di essere giudicato (nei rapporti personali, nel lavoro, etc.) in base al proprio operato, non saremmo forse tutti ben contenti di portare avanti idee e uomini politici di ineccepibile moralità e correttezza, che dimostrino senza eccezioni di operare per il bene comune?

Viva i teoremi, purché valgano per tutti.

2 commenti:

Miketrevis ha detto...

io adoravo i teoremi

newmediologo ha detto...

Ma come non sapete che anche Pitagora è un magistrato comunista..?