30 giu 2008

Robin Hood: epistemologia di un eroe (parte II)

di Claudio Marino

segue da ......parte I

I lettori si chiederanno come mai gli oleari non si ribellarono a questa ingiusta tassa. Ma qui è necessario fare una premessa. I produttori di olio facevano parte di una congregazione medioevale, ma veramente medioevale, detta Confindustria, capeggiata fino a poco tempo prima da Sir Luca di Montezemolo. Robin Giulio non stava simpatico a Sir Luca: il primo era appassionato di arco e frecce, il secondo passava tutto il suo tempo libero a cavallo, anzi a Cavallino, che era riuscito a fare diventare rampante. Robin amava il verde, il colore del bosco natio, dei dollari, del suo cappello, della sua faccia; Sir Luca aveva una vera passione per il rosso, e questo inquietava moltissimo Robin, che amava questo colore più o meno come la lebbra.

Robin attese che a Sir Luca succedesse Lady Emma, detta “la lady di ferro” per le sue attività. Robin la preferiva per due motivi: prima di tutto era un marpione, quindi preferiva comunque una donna a un uomo. Poi, contava sulla smania di Lady Emma di entrare nei salotti che contano.

E difatti Confindustria non si oppose.

 

Ma il popolo non era ancora contento: dopo aver avuto tutti i beni confiscati dall’avido principe Giovanni Romano, a causa di una grave pandemia causata dal virus Sub-prime, detta anche l’Americana, si erano indebitati fino al collo con le banche.

Il prode Robin propose al Re Riccastro di stangare anche loro. Sulle prime Re Riccastro, confuso, chiese: ”Chi dobbiamo stangare, le banche o i sudditi?”, e quando ebbe chiaro che il suo consigliere parlava delle banche, lo riempì di improperi, e in un impeto di rabbia gli scagliò contro un soprammobile orrendo che teneva sulla scrivania. Colpendo Robin, la bieca suppellettile produsse un suono tipo “Sono Bondi, James Bondi”, e re Riccastro capì di aver tirato il suo consigliere colturale (era infatti una via di mezzo tra una rapa e un finocchio), nonché maggiordomo (che può fare uno che si chiama James?).

Ancora più furioso, decise di tirargli contro un altro soprammobile, altrettanto orrendo ma molto più piccolo, che solo a guardarlo suscitava antipatia, ma subito questo si mise a urlare che Robin era un fannullone e andava licenziato: Re Riccastro capì che trattatasi del suo consigliere Pubblico, Messer Renato Da Venezia. Si guardò intorno, ma tutto ciò che di pesante o brutto o inutile vedeva vicino a sé erano suoi collaboratori. Gli venne un dubbio amletico (prima che Hamlet fosse concepito, capite che genio?): doveva comportarsi da giustizialista e rischiare di rimanere solo, oppure no?

Pensò bene di sospendere il giudizio: quello di lui e quelli contro di lui. Re Riccastro era infatti preoccupato dal crescente numero di sovversivi del regno, riconoscibili dal colore vermiglio della toga che indossavano, che cospiravano contro di lui, per impedirgli di diventare il più grande statista della storia (quanto all’Educazione civica, non gliene fregava più di tanto). Chiese aiuto in primis alla Fata Turchina, ma questa rispose che era turchina, non azzurra, che aveva una dignità, e lo congedò. Si rivolse allora al suo Angelino custode, che argutamente gli suggerì in sogno una leggina, da infilare nel primo editto a portata di mano, anche se questo parlava di cose opposte, come la dignità umana o la sicurezza.

Robin Giulio allora potè spiegare come le banche sarebbero state ben liete di rinunciare ad una parte del profitto, per poi riprenderselo negli anni con gli interessi, facendo fare bella figura agli inventori di cotanta bufala.

Quindi, nessun problema, Re Riccastro baciò Robin Giulio, e legge fù.

Robin Giulio, al colmo della felicità, esclamò: “E poi, stangheremo i cattivi delle assicurazioni”. Ma, secondo una diceria popolare, sembra che queste siano in fremente attesa di qualche editto così funambolico da dare al popolo la sensazione di giustizia, e a loro la concreta possibilità di continuare a tartassarlo.

E vissero tutti tassati e contenti.

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