29 giu 2008

Robin Hood: epistemologia di un eroe (parte I)

di Claudio Marino

Quando Re Riccastro riuscì a tornare dalle crociate, il principe Giovanni, detto anche Mortadella per il suo coraggio e la sua crudeltà, in attesa del giudizio fu mandato temporaneamente in esilio a Roma, per cui venne chiamato Romano. Nel processo che ne seguì, il suo avvocato cercò di tutelarlo, chiedendo per lui la pena più mite, cioè i lavori forzati a vita. Ma per le gravissime colpe di cui si era macchiato, egli fu condannato alla presidenza del Partito Democratico con la possibilità, per buona condotta dopo due legislature, di avere comminata la pena in impiccagione.

Re Riccastro aveva bisogno di un consigliere fidato che gli facesse recuperare autorevolezza. Di recente, infatti, la sua figura era stata macchiata dalle chiacchiere dell’infido consigliere del principe Giovanni Romano, Sir Biss, detto l’Espresso per la velocità della sua lingua biforcuta. Sir Biss aveva intercettato e reso pubblici alcuni segnali di fumo tra Re Riccastro e Agostino il Saccaggiatore, reggente di un regno concorrente, il Regno Audiovisivo Italiano, spacciando per cospirazione quelli che erano invece, come era evidente per tutti, edificanti messaggi di carattere pedagogico.

Robin aveva tutte le caratteristiche che Re Riccastro cercava, i suoi trascorsi parlavano da soli.

Il piccolo Robin era stato un bambino esuberante e si annoiava a stare sempre nella foresta di Sherwood. Allora la famiglia Hood, nella bella stagione, era solita andare in vacanza in montagna. A Robin piaceva soggiornare sulle Alpi, in special modo sul Monte Bianco e sul Monte Rosa, che erano vicini al confine con la Svizzera (non si sa mai): per questo, i suoi amici lo chiamavano DUEMONTI.

Robin aveva un piccolo difetto di pronuncia: per quanto si sforzasse, non riusciva a pronunciare la “R”, che suonava sempre come “V”. Immaginate l’imbarazzo nel chiedere udienza:”Sono Siv Vobin, vovvei confevive con Ve Viccastvo”. Allora, parlava poco e quando parlava lo faceva a sproposito.

Il suo psicanalista era convinto che il difetto derivasse da una avversione per molte parole che iniziano per “R”, le quali suonavano terrificanti per il piccolo Robin già in età infantile: Rosso, Russia, Rivoluzione, Rogatoria internazionale.

Il nome “Vobin” suonava malissimo: per l’allegria che sprizzava di continuo dal suo volto, in famiglia lo chiamavano Giulivo. Quando, raggiunta l’età di cinquant’anni, fece notare ai genitori che anche questo nome era alquanto ridicolo, ebbe il permesso di abbreviarlo in Giulio.

Robin Giulio, dopo una lunga crisi mistica a seguito della quale era stato buttato fuori dal circolo dei consiglieri del Re, era rinsavito e tornato in auge. Aveva scritto un libro sull’economia del regno allargato, usando una parola ancora sconosciuta, globalizzazione, che fecero nascere su di lui sospetti di stregoneria. Nonostante ciò, Re Riccastro volle Robin come consigliere economico, perché già da tempo curava con maestria la fiscalità della sua creatura prediletta, Lady Mediaset da Arcore.

Questi, nell’espletare il suo incarico, rilevò che il principe Giovanni detto Romano aveva lasciato nelle casse dello stato un buco enorme, mentre i sudditi erano ridotti in condizioni di povertà. Doveva escogitare qualcosa: ricordò i bei tempi, quando aveva simulato di cancellare l’odiosa imposta sulla successione: la povera gente non aveva neanche capito di che piffero parlava, però Re Riccastro (per una pura casualità) ebbe l’occasione di intestare a suo figlio Pier Riccastro un po’ di contee.

Per risolvere i problemi di sostentamento dei sudditi, cancellò l’imposta sugli immobili, ma siccome il popolo non possedeva ormai quasi più nulla, nessuno se ne accorse.

Visto che dai poveri non c’era nulla da cavare, pensò bene di tassare i grandi produttori di olio per lampade, che si erano arricchiti negli ultimi tempi. Ideò una tassa che prese il suo nome, la Robin Hood Tax, sulle scorte di olio per lampade. Sulle prime, Re Riccastro gli diede dell’idiota: come poteva solo pensare una cretinata simile, che avrebbe rallentato l’economia, dopo che quei galantuomini degli oleari avevano contribuito in modo determinante al suo ritorno?

Ma Robin Giulio, che sapeva il fatto suo, spiegò che non c’erano rischi: gli oleari avrebbero pagato sulla base delle loro dichiarazioni, ci si sarebbe affidati alla loro provata onestà e correttezza. Robin si disse anche sicuro che costoro non avrebbero mai e poi mai cercato di rifarsi delle spese aumentando i prezzi dell’olio. Il Re si fece due risate ma, rassicurato dalle affermazioni di Robin Giulio, gli diede carta bianca.

continua.....

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