7 giu 2008

I promessi sposi – parte II

I promessi sposi – parte II di Claudio Marino

segue dalla prima parte pubblicata il 5 giugno scorso

A quel punto, sembrava che la sorte ria avesse avuto il sopravvento. Renzo era sfinito, per le fatiche affrontate aveva perso peso, ma a guardarlo sembrava aver perso soprattutto altezza. Ma ecco che, nel momento del bisogno (la situazione infatti faceva cagare) la provvidenza venne in suo aiuto. E a questo punto, è necessario introdurre un altro personaggio: la monaca di Monza.

Era questa una donna di antica famiglia, famosa per i tortellini, dai quali aveva preso il colore della faccia. Il suo nome era Gianfranca. Dopo una gioventù scapestrata, Gianfranca entrò in un convento posto su un monte, Monte Citorio, come suora di clausura, e finì così dietro le sbarre che in gioventù tanto care le erano state. Da subito, per intercessione dell’Assunta, ne assunse la guida: ma era una guida spericolata, come diceva il suo conterraneo Vasco. Proprio per la velocità con cui cambiava nome e ruolo alla sua congregazione venne chiamata la monaca di Monza.


Era una donna che usava il pugno di ferro, d’altra parte vi era avvezza fin da giovane: ma era anche una madre premurosa con le sue consorelle, che presero l’abitudine di confessarsi da lei in Camera caritatis. Tanto le piaceva questa camera che, un giorno, la elessero Presidente, forse più per levarsela dalle balle dal governo del convento che per altro, ma lei non se ne curò.

La trasparenza non era mai stata la sua più grande virtù. Essa infatti, dopo il rapimento di Lucia Efficienza, ebbe il compito di nasconderla, tenendola con sé. Nei primi tempi, come tutti quelli che avevano un ruolo pari al suo, sembrava avere preso a cuore il compito di mantenere l’efficienza. Ma poi, dopo una crisi di coscienza, illuminata dalla sua Stella di nome Gian Antonio, pervenne ad una grave decisione: non gliene stracatafotteva niente di nascondere l’Efficienza, l’avrebbe lasciata libera di andare per la sua strada. E quindi, annunciò una svolta decisiva riguardante la vita ed il lavoro nel convento, dichiarando guerra all’inefficienza. Il proclama annunciava che dal prossimo autunno, infatti, i membri del convento avrebbero dovuto scordarsi della settimana corta, e avrebbero lavorato ben cinque giorni alla settimana . Pare che i Bravi dipendenti pubblici, sentendo il proclama, abbiano esclamato:”Minchia, ma quanti jorna travagghiavano ‘nta na simana ‘sti arrusi?” (traduzione dall’altoatesino:”Capperi, ma di quanti giorni era fatta una settimana lavorativa di questi galantuomini?”). Ma la monaca di Monza aninciava un altro carico di lavoro aggiuntivo: per una settimana al mese, tutti i membri avrebbero dovuto lasciare la Camera per dedicare questo tempo ai loro e-lettori (cioè a coloro che leggevano i loro blog).

Si dice in giro che Renzo, udendo queste intenzioni, andò su tutte le furie, ma dovette ingoiare il rospo. Lo so, è difficile credere che un rospo possa essere tanto disattento da infilarsi nella bocca di una persona: ma se pensate che questa persona apre continuamente la bocca in modo smodato e riflettete sull’altezza della sua bocca da terra… beh, non è poi una grande impresa.

Renzo a questo punto era molto sconfortato: la speranza stava per abbandonarlo. Ma proprio nei momenti bui come questi (ricordate il bisogno?) la provvidenza si manifesta in modo inaspettato: i Confederati, che fino ad allora avevano mostrato astio e arroganza nei suoi confronti, gli tesero la mano: gli offrirono di discutere un nuovo contratto, con meno diritti, più doveri, insomma lo fecero ricongiungere con l’efficienza, come lui aveva tanto anelato. Renzo in un primo momento si insospettì: perché quei loschi figuri avrebbero voluto collaborare? Era forse una trappola? Ma poi, volse il guardo verso lo specchio, ove era riflessa la sua immagine (almeno dal collo in su) e, improvvisamente, capì. I protervi soggetti che prima lo avevano osteggiato erano stati illuminati da quella provvidenza che tante volte lo aveva salato e rincuorato (Renzo era notoriamente un amante delle favole), e forse quei vecchi tiranni si erano impauriti, avendo capito con chi avevano a che fare (non commento per pudore). Tutto si risolse, poco tempo dopo, con la firma di un trattato di pace tra Renzo e i ponderati, chiamato Contratto nazionale di lavoro, che il giovane riuscì a rendere pregno di Efficienza, che lui intanto aveva finalmente potuto sposare.

Questo almeno è ciò che di cui si è convinto Renzo, e per il finale della storia è bene lasciarglielo credere. Per la sua tranquillità, per favore, non ditegli mai la verità: non fategli sapere che se lui avesse puntato di più sul confronto paritario, sulla formazione e l’evoluzione tecnologica, i Confederati non avrebbero avuto bisogno di fargli bere la panzana che con un contratto si combattono i fannulloni e si ottiene l’Efficienza. E, forse, in caso contrario, anche ai Bravi dipendenti pubblici sarebbero stati riconosciuti meriti e demeriti, consentendo ai volenterosi di crescere e fare da volano agli altri.

Ma che volete, a lui piace così. A volte le rivoluzioni servono come alibi per non cambiare nulla.

E vissero tutti felici e contenti, ognuno pensando di avere gabbato l’altro.

I Bravi dipendenti pubblici, invece, fannulloni e non, rimasero poveri e additati come la rovina del Paese.

3 commenti:

federico ha detto...

Li ho letti tutti e due e devo fare i complimenti a Caudio Marino.
Devo però dire che Brunetta ultimamente ha parlato molto di premiare chi si da da fare nella pubblica amministrazione e lo fa per il proprio orgoglio e per la propria passione. Staremoa vedere.

saverio ha detto...

grande claudio! come sempre per chi ti apprezza da tempo...

mpia ha detto...

Sei mitico! e ... sprecato come "bravo"!
Esilarante il passaggio da un codice linguistico ad un altro e così "vera" la trasposizione fantastica della realtà!