23 giu 2008

Elogio della mediocrità

di Claudio Marino

Il calcio non mi appassiona più da anni: quando capita di parlarne con amici o colleghi mi sento fuori dal mondo, mi accorgo di non sapere o capire nulla della discussione in corso, guardo gli altri come marziani. Ma oggi anche a me la sconfitta con la Spagna brucia, lascia il segno, mi mette di malumore.

Di chi è la colpa? Dell’allenatore, ovviamente: che non ha convocato quello, che ha utilizzato poco quell’altro, la colpa è sua. Povero Roberto: prima sull’altare, oggi nella polvere. Ma è proprio una colpa, la sua? Poteva fare meglio? Doveva fare un miracolo?

Forse no, forse non è da tutti fare i miracoli, o semplicemente essere i migliori. Si può credere fermamente nella concezione umanistica dell’uomo che è padrone e artefice del suo destino, ma ognuno nel suo ruolo. Migliorarsi, crescere, ma senza violentare la propria indole, le proprie profonde aspirazioni, anche se a volte nascoste o apparentemente incomprensibili.

Alcuni nascono per essere i migliori, altri no. Niente di grave.

Alcuni hanno dei miti che tentano di raggiungere, di eguagliare, che invidiano in modo costruttivo, per crescere e migliorarsi. Io non ho mai avuto miti, a differenza della maggior parte di tutti noi. Non avevo un cantante rock, un attore, un personaggio dei fumetti con cui identificarmi, in cui bearmi, in cui trasporre la mia esistenza come in uno specchio magico, cercando di assomigliargli. Il mio mito, l’ho capito solo di recente, è Zeno. Lo Zeno Cosini di sveviana memoria: Zeno il fallito, Zeno il complessato, Zeno l’inetto, Zeno il mediocre. Ecco: io sono l’inetto, il mediocre.

Mediocrità, IMHO, non è un’offesa, non è mancanza di valore. E’ una condizione, uno stato d’animo, una posizione di attesa.

Condizione di calma, di coscienza delle proprie capacità ma anche dei propri limiti. I limiti di tutti, non ci si deve vergognare di averli e conoscerli.

Stato d’animo diffuso, mai concentrato, senza acuti né baratri, sempre un po’ evanescente rispetto alla frenesia della vita.

Attesa di qualcosa che può venire, di situazioni a cui doversi adeguare in modo flessibile, elastico, senza strafare; attesa di cambiamenti forse prossimi, forse remoti, forse solo immaginari.

Mediocrità non è inedia, sufficienza, banalità. E’ attenzione al mondo, da un punto di vista diverso; è conoscere le leggi che governano il mondo e prepararsi all’incontro, o allo scontro, con la vita; è sapere di essere pronti a vivere con i propri, finiti, mezzi, senza rifletterci sopra; è scegliere di non passare tutta la vita a cercare il modo di viverla meglio.

La mediocrità, quella vera, quella dell’animo, non è l’opposto della competenza o della capacità: è l’opposto, casomai, della genialità.

Non tutti possono essere dei geni. Ma chi oggi non si sente un genio, ha almeno l’opportunità di sentirsi un mediocre. Con orgoglio di esserlo e di saperlo. E pazienza se non arriveremo in finale: è un gioco, e noi abbiamo giocato.

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