20 mag 2008

Etimologia di "conoscenza"

Attenzione: Il blog e il contenuto che state cercando è stato TRASFERITO qui:


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Interessantissimo articolo sul significato di "conoscenza". Da leggere tutto di un fiato. Non poteve sfuggire al bloggante e ai suoi amici.



clipped from woodle.it
knowlwedgeHo ripescato per caso nelle viscere dei miei hard-disk un appunto contenente una accurata analisi etimologica del significato della parola conoscenza e di come questo si è profondamente trasformato nel tempo. L’autore è Francasaco Varanini che lo ha redatto molti anni fa (1999) e che sono riuscito a rintracciare con qualche difficoltà sul web in pagine dimenticate non più aggiornate da tempo (si può dire polverose in rete?).

Il contenuto è impegnatrivo e poco usuale oggi. Chi mai, frenetico, si fermerebbe a leggere con felice attenzione cose come queste, che richiedono mancanza di obiettivi e sovrana inefficienza? Ma sono cose che non invecchiano e ne cito ampi stalci come premessa ad altri post a venire e anche perchè chi si occupa di formazione dovrebbe conoscerle invece non le conosce affatto. Dunque pubblico, divulgo, svelo la farina del sacco altrui; anche a questo servono blog:
La radice indoeuropea gn-/gen-/gne-/gno- parla di ‘accorgersi’, ‘apprendere con l’intelletto’, ‘sapere qualche cosa’, e quindi: ‘conoscere’. Da qui il sanscrito janati, ‘conosce’. In greco gignoskein, ‘conoscere’, gnome, ‘giudizio’, gnorizo, ‘fare’, ‘conoscere’, gnosis, ‘conoscenza’. In latino co-gno-sco (dove co- sta per ‘con’, e -sco sa per ‘cominciare a’); gnarus, ‘che conosce’; ignarus, ‘che non conosce’; notum ‘conosciuto’; nobilis, ancora ‘noto’, ‘conosciuto’; notio, notitia, ‘conoscenza’. Nell’antico alto-tedesco dalla radice discendono solo verbi composti – -cnaen, cnahen –, ma è per questa via che arriviamo al tedesco moderno können, ‘sapere’, ‘potere’; e kennen, ‘conoscere’. Nell’antico inglese abbiamo il verbo gecnawan, poi cnawan, da cui know, ma anche l’ausiliario can, ‘sapere’, ‘potere’.
A knowledge, ‘act, state or fact of knowing’, si arriva (nel 1200) aggiungendo a cnawan -leacan, che ci parla dell’idea di ‘processo’, ‘procedimento’, ‘messa in pratica’. C’è quindi, come già nel latino cognosco (‘comincio ad accorgermi’), un richiamo dell’aspetto dinamico, costruttivo: la conoscenza, infatti, non esiste a priori, può essere solo colta nel suo farsi. Ma qui il richiamo è molto più forte: c’è, pienamente sviluppato, il senso del divenire, dell’accumulazione. E c’è anche a ben guardare l’idea del ‘sapere distintivo’, destinato a restare ‘riservato’, ed anzi in qualche misura ‘segreto’. Non a caso nel 1200 knowledge stava anche per ‘confessione’: il knowledge è conoscenza che si ammette, si confessa di possedere. Non è mai conoscenza che si ‘divulga’. Divulgare: ‘rendere noto a tutti’; alla lettera: ‘spandere tra la folla’ ci appare, non a caso, un gesto del tutto contrario al quello della ‘confessione’. (L’idea del ‘riconoscimento’ e dell’ammissione’, persa da knowledge dopo il 1200, si ritrova nel 1400 in acknowledge). Un curioso aggancio sta, tornando al latino, nella gloria, parola dall’origine incerta, ma che qualcuno fa risalire alla indoeuropea gn-/gen . La gloria sarebbe dunque, in origine, l’onorevole situazione di ‘colui che può vantarsi di sapere’. Cosicché noi potremmo dire ora: la gloria contraddistingue chi possiede il knowledge.
Ad un certo punto si produce un importante salto logico e culturale. Con lo sviluppo della del pensiero tecnico-scientifico e della socità industriale la conscenza “esce” dalle persone e viene incorporata in macchine e procedure. Il linguaggio registra puntualmente questa discontinuità.
Per arrivare al know-how dobbiamo lasciare passare vari secoli. Dobbiamo arrivare alla prima metà del 1800, quando si afferma la tecnologia: arti e mestieri si evolvono, perché trovano ora sostegno e fondamento in applicazioni pratiche delle scienze. Dove prima le conoscenze si trasferivano da artigiano ad apprendista, di fronte alla maggiore complessità si manifesta l’esigenza di conservare le informazioni relative al ‘come fare’. Stando all’Oxford Dictionary se ne parla per la prima volta sul New Yorker del 14 luglio 1838: “To do the duties of the office to the best of my know-how, and have a stouter man than myself to help me”.
Dunque, potrebbe sembrare, knowledge e know-how ci parlano di ‘conoscenza scientifica’, codificata, proceduralizzata, descritta da rigorosi modelli, conservata in data bases. Ma non è così. Almeno, non è solo così. Dalla stessa radice indoeuropea deriva (attraverso gnarus, ‘esperto’) anche (g)narrare. Il modo migliore per perpetuare un ‘sapere distintivo’, per trasmettere il knowledge è forse il racconto, una pura narrazione.
Secondo avvicinamento: la narrazione.
Il percorso è già implicito nella chiusura del paragrafo precedente. Si può dire, con apparente paradosso, che di fronte ad oggetti difficilmente conoscibili, rispetto ai quali si è per definizione ignari, il modo meno inefficace di descriverli è raccontarli. Pensiamo proprio al racconto, innanzitutto orale, la modalità attraverso la quale da che mondo è mondo l’uomo ha saputo ‘darsi ragione’ e ‘comunicare agli altri’ sia i concetti più complessi, sia la modalità di funzionamento delle organizzazioni. La modalità conoscitiva tipica della ricerca antropologica non è nient’altro che questo: ascoltare un racconto orale, inquadrarlo nel suo contesto, tentare si costruirne una sintesi comprensibile e fruibile per chi vive al di fuori della ‘cupola culturale’ all’interno della quale quel sapere, quella visione del mondo si è generata.
Tra le tante riflessioni che questi spunti mi stimolano ne spicca una: queste “cupole culturali” sembrano dissolte nell’epoca della rete perchè si riferiscono a contesti sociali chiusi e omogenei all’interno dei quali le persone condividono un linguaggio e un universo di significati comuni, ben noti che permettono un livello di comprensione interna molto elevato. Insomma nei gruppi sociali molto coesi nei quali la gente, quando parla, sa di cosa sta parlando e si capisce.
Oggi non più.
L’ormai onnipresente bisogno di sicurezza si nutre di questa dissoluzione e mette su pancia.

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2 commenti:

AndreaR ha detto...

ehm ... la parte sull'etimologia vera e propria è copiata, paro paro, da Emile Benveniste.

catepol ha detto...

quando si ha piacere di condividere...per gli amici questo e altro

andrear sarà pure copiata ma è validissima (sai quanta gente copia da wikipedia nei post ed a sua volta su wikipedia sai quanta gente ha copiato interi pezzi di libri e saggi scritti da gente come Benveniste?)

E' sempre far circolare le conoscenze. Nessuno di noi possiede la verità e quando si posta qualcosa, come nel caso del post citato da gigi che gli ho segnalato io, sicuramente ci metti dentro gli studi e le letture che hai fatto, anche inconsapevolmente.
Fermo restando che è giusto citare se il pensiero altrui che stiamo utilizzando è chiaramente di qualcun altro