3 apr 2008

Milano Expo 2015. Che delusione!

Si, sono profondamente deluso. Nel 1984 avevo trent'anni, quindi in piena tempesta cerebrale e ideale. Ero un uomo con illusioni e ideali forti e vedevo la mia Venezia come una città proiettata nel terzo millenio. De Michelis fondò il consorzio per l'Expo del Terzo Millennio.

Questo consorzo era figlio dell'accordo DC-PSI di quegli anni e quindi vi partecipavano tutte le imprese vicine al "potere". Sappiamo come andò a finire.
Nonostante la sponsorship dei governi Craxi e Andreotti, se ne parlò per anni........poi, tutti sotto processo e fine delle illusioni.

Al di là degli aspetti giudiziari che, sinceramente mi interessano poco, ricordo l'astio, la contrapposizione pregiudiziale, la campagna mediatica, le manifestazioni, i cortei, le denunce, i dibattiti. Io vedevo la mia Venezia, cosmopolita e universale, soffocata dalle chiacchere. Vedevo la città che fu di Marco Polo, di grandi navigatori e di grandi condottieri, chiusa e arrovellata in se stessa.
Vedevo la città che, unica nei periodi bui, aveva aperto i suoi mercati globali al mondo conosciuto, ora, desiderosa solo di conservarsi. Vedevo che non c'era più voglia di nuovo.


Foto di Aldo Basili

Il mio cuore batteva a sinistra, per un ideale di progresso e di tolleranza. Quindi ero solo. Solo come un cane. Tutte le frange più massimaliste e ideologizzate della sinistra osteggiarono con tutti i mezzi l'Expo. Ovviamente gridando al patto criminale. Alla speculazione. Alla difesa dell'ambiente e della natura.

Oggi, la mia città è come 25 anni fa. Non si è mosso nulla!
Il mio cuore non batte ne a destra ne a sinistra. Prova a battere ancora verso il progresso e la voglia di cambiare in meglio.

Molti di quei detrattori, ora, plaudono a Milano e all'Expo 2015.
Adesso son tutti sicuri. Vale la logica di sistema.
La sindrome di NIMBY è abiurata come conservatrice.
A Milano non ci saranno grosse imprese che speculeranno. Non ci saranno incarichi politici di prestigio. Non verrà minimamente intaccato l'ecosistema.

Ora i tempi sono maturi. Siviglia, Lisbona e Saragozza ringraziano la classe dirigente veneziana degli anni '80.

3 commenti:

Andrea ha detto...

Dài, Gigi, l'Expo a Venezia era un'idea di una classe politica arrogante e sul punto di far andare l'Italia in bancarotta, con il debito pubblico gonfiato all'inverosimile per folli idee di una casta corrotta e avvitata su se stessa.
Lo sai benissimo (vedi Colombiadi di Genova e Mondiali di calcio) che gran parte dei soldi sarebbe finita in tasche ben precise, che le grandi opere (il "magnete" di Renzo Piano) non sarebbero mai state concluse.
Avremmo potuto avere un'Expo così solo se fossimo stati governati dagli spagnoli o dai tedeschi, altro che De Michelis o Andreotti...

Oliverio Gentile ha detto...

Segnalo la discussione “Milano Expo 2015: Cittadini condannati alla protesta o coinvolti nelle proposte?” ( http://www.partecipami.it/?q=node/4297 ) avviata il 2 aprile nel “Forum permanente sulla città” di partecipaMi con questo post:
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Prima di Pasqua leggevo questo ( http://tinyurl.com/yt8mkf ) articolo del Corriere della Sera sull’Expo.
E condivido con l’autore che questo Expo porterà dei cambiamenti giganti nella città (a livello di strutture, a livello economico, a livello sociale, ecc). Ma Garzonio dice anche: “E v’è da creare una cultura dello sviluppo che, senza demonizzare mercato e produttività, metta al centro l’ uomo e la vivibilità”. E su questi temi si sono focalizzati numerosi commenti post “vittoria”.

Viene da chiedermi: l’evento Expo non potrebbe essere un momento per ripensare la sostenibilità della città?
E ancora: dove, a che livello, e in che modo è sostenibile coinvolgere i cittadini nelle scelte di questo Expo? sostenibile per la città, per i cittadini, ma soprattutto per i suoi rappresentanti.

– fiorella
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Sergio Ferrari ha detto...

Secondo me la questione è semplice. Riusciranno Milano, e l'Italia, a mettere gli interessi di sistema davanti a quelli dei partiti e delle imprese?
Che poi sono la stessa casta.

Diversamente da Venezia negli anni 80, stavolta il consenso è trasversale.
Ma questo fa presumere (ai maligni) che i partiti e le imprese si siano già messi daccordo sulla spartizione.