31 mar 2008

Un invito per Biagio

Leggo, quotidianamente, il blog di Biagio Raucci che mena fendenti a più non posso all'establishment del Vaticano.
Chi mi legge sa che sono cattolico ma fermamente convinto che fede e scienza possano. Anzi debbano coesistere e dialogare.

Perchè leggo il blog di Biagio? Perchè su tanti argomenti ha perfettamente ragione, ed è persona intelligente e molto capace.

Oggi vorrei proporgli, dalle pagine del mio blog, un intervista che Monsignor Gianfranco Ravasi, da sei mesi "ministro della Cultura" della Santa Sede ha concesso ad Alberto Bobbio. Lo faccio perchè adoro il dialogo, il confronto, la conversazione e lo scambio di idee che portino ad una legittima comprensione delle posizioni. Anche se diverse.

Spesso faccio notare a Biagio (nei commenti ai suoi post) che sono molti i cattolici, come il sottoscritto, che credono in una chiesa riformata e riformabile, e sempre"dialogante".

Insomma, non siamo sempre in sintonia con la CEI!

clipped from www.sanpaolo.org
SENZA PAURA IN MARE APERTO

Il presidente del Pontificio consiglio invita la Chiesa a non "temere" il confronto con i non credenti. E ad aprirsi al dialogo con la scienza, l’arte e l’economia.

La frase che torna più spesso nel colloquio è «non temere». Monsignor Gianfranco Ravasi, da sei mesi "ministro della Cultura" della Santa Sede, cioè presidente del Pontificio consiglio per la cultura, ma anche della Commissione per i beni culturali della Chiesa e di quella che si occupa dell’archeologia sacra, parla di secolarizzazione, di scienza, di teologia, di economia, ma anche delle sfide dell’arte contemporanea. Esorta a "non temere" le avanguardie, e nemmeno le sperimentazioni. E ha un sogno: «Vorrei un padiglione della Santa Sede alla Biennale di Venezia, perché lì si elaborano le nuove grammatiche artistiche e anche la Chiesa ha qualcosa da dire». L’idea è intrigante. Il presidente della Biennale Paolo Baratta, forse un po’ stupito, gli ha già chiesto un incontro.

  • Monsignor Ravasi, che cosa non bisogna "temere"?

«Il confronto diretto con la scienza, tenendo conto anche delle posizioni alternative alle nostre. E neppure l’arte del nostro tempo che sembra lontana dai temi religiosi».

  • A cosa si riferisce?

«La Cei nel nuovo Lezionario della domenica ha proposto un’esperienza suggestiva, inserendo immagini anche della transavanguardia artistica come Chia e Palladino. Avevo suggerito io di cercare strade nuove nelle illustrazioni oltre le solite miniature del Trecento. Ci sono state polemiche, ma l’esperienza è servita a dimostrare che la Chiesa non è lontana dal linguaggio artistico corrente».

  • E sul rapporto tra scienza e fede?

«Dobbiamo discutere le teorie dell’evoluzione e del rapporto tra la conoscenza e la teologia. Non possiamo far finta che non esistano. Al riguardo, stiamo organizzando un convegno non solo su Charles Darwin, come hanno semplificato i giornali, ma sul complesso della filosofia dell’evoluzionismo. C’è un vasto orizzonte da perlustrare. Qualcosa stiamo già facendo con il progetto "Stoq", acronimo inglese di Science, Theology and the Ontologica Quest, finanziato da una Fondazione americana, che ogni due anni riunisce a Roma gli scienziati delle maggiori istituzioni mondiali per discutere di scienza e religione».

  • A che punto siamo?

«La Chiesa fatica a farsi comprendere. Abbiamo linguaggi troppo paludati e a volte curiali. Oltre la siepe della comunità ecclesiale il linguaggio ha toni diversi, usa molte più risorse delle nostre, è più diretto, tempestivo, più adeguato agli stili della modernità. Ma vale anche all’interno della Chiesa. I preti sono spesso superficiali, i dibattiti culturali sono considerati secondari. Non si capisce invece che oggi non si può fare catechesi senza cultura».

  • La Chiesa teme la cultura?

«No, ma tende a ritirarsi, perché spesso non vuole entrare in polemica con chi rappresenta oggi la cultura laica. Mi spiego. Tra i non credenti oggi va di moda il modello ironico-sarcastico alla Piergiorgio Odifreddi, che funziona in televisione. La scena mediatica tende così a rappresentare il rapporto tra scienza e fede come quello tra due fondamentalismi. Dobbiamo uscire da questa trappola e tornare a dialogare con intellettuali di alto profilo, abbandonando polemiche spicciole e immediate, che fanno ascolti in Tv».

  • Mi fa dei nomi?

«Habermas in Germania, Massimo Cacciari e Umberto Eco in Italia. Dobbiamo tornare al confronto tra le metafisiche, come nell’Ottocento, quando la competizione era tra sistema idealistico e cristianesimo, tra marxismo e visione sociale della Chiesa».

  • Ma la filosofia occidentale non basta più a spiegare il mondo…

«È vero. Ed è per questo che la Chiesa deve ascoltare le culture nazionali. Andremo in Nepal a fine aprile, e a luglio in Africa. Dobbiamo aprire un confronto, ragionare in termini globali e insieme locali. La Chiesa deve essere meno condizionata dalla mentalità occidentale e non temere il confronto con altre filosofie».

  • Bisogna allargare la riflessione anche all’economia?

«Sì, perché l’economia non è più la scienza della tecnica monetaria. È una scienza umanistica, è il regolamento della casa del mondo. Pone interrogativi antropologici, questioni etiche, come dimostrano le riflessioni del premio Nobel Joseph Stiglitz, assai vicini agli interrogativi che pone una religiosità autentica. Questo è un tema che metteremo al centro della riflessione del Pontificio consiglio per la cultura».

  • Qual è oggi la più grande sfida culturale rivolta alla Chiesa?

«Il confronto con un nuovo tipo di secolarizzazione, che non sfratta Dio dall’orizzonte, ma gli chiede i documenti e poi lo fa diventare irrilevante. Via i crocefissi, oppure appendere tutti i simboli religiosi, così si stinge qualsiasi tipo di esperienza religiosa. Ed è una sfida molto pericolosa per la Chiesa. Non nega il valore del culto, ma espelle dall’orizzonte la questione delle verità. Così della religione si prende solo ciò che piace. Si diffonde, anche nella Chiesa, il movimento della new age, che intreccia tranquillità psicologica e spiritualismo leggero e considera la fede una consolazione per il benessere e la serenità dell’individuo. Il Papa, nel discorso al termine dell’assemblea plenaria del Pontificio consiglio, tre settimane fa, l’ha chiamato "sterile culto dell’individuo". Le comunità ecclesiali che accettano queste idee sono grigie, poco impegnate nel dialogo con la cultura e per la dignità dell’uomo. Prendono della fede solo ciò che piace e mette a posto la coscienza».

  • Insomma una sorta di nebbia. Come si fa a diradarla?

«Annunciando il messaggio cristiano in forme culturali, per dimostrare che la ricerca della verità non blocca l’attività razionale, ma è una parte importante della conoscenza. Serve anche per smentire l’idea che ai cristiani non interessi la conoscenza, perché hanno già la verità. Idea sbagliata, perché il sapere tende, per sua natura, alla ricerca della verità. Altrimenti è esercizio sterile».

  • Lei nota oggi una degenerazione dell’interpretazione del "date a Cesare quello che è di Cesare e a Dio quello che è di Dio"?

«Sicuramente. Assistiamo troppo spesso allo scontro di due fondamentalismi: vale per l’islam, ma anche per una parte del cristianesimo. Si tende a escludere ogni tipo di mediazione sulla laicità: da una parte si dice che la norma e la verità le fa lo Stato, dall’altra viene imposto un riferimento integralistico al trascendente per ogni cosa».

  • Invece, cosa bisogna fare?

«Riconoscere che esistono spazi di autonomia nella politica e nella società con leggi proprie, e che esistono norme morali che derivano da visioni trascendenti proposte dalle religioni».

  • Ma trovare l’equilibrio non è facile. Perché?

«Perché tutti si occupano dell’uomo. E dunque diventa indispensabile stabilire le regole di un dialogo corretto tra Dio e Cesare per evitare, da entrambe le parti, forme di fondamentalismo».

  • La Chiesa cosa deve fare?

«Impegnarsi di più nella presentazione della potenza del Vangelo, leggere la parola di Dio con strumenti culturali evitando forme di fondamentalismo e di sincretismo. Limitandosi alla solidarietà si fa "fitness dell’anima" e la Chiesa diventa un’agenzia filantropica».

Alberto Bobbio



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1 commento:

Biagio Raucci ha detto...

ed è persona intelligente e molto capace.
...questo si che è un atto di fede :)
L'argomento, caro Gigi, è intrigante e merita un post più che un commento. Appena ne "partorisco" uno decente – di post, dico – te lo linkerò qui sotto. A mo di chiosa a questo veloce commento ti lascio un pensiero di Kant: «Da tutte le parti odo gridare: ma non ragionate! L’ufficiale dice: non ragionate, ma fate esercitazioni militari! L’intendente di finanza: non ragionate, ma pagate! L’ecclesiastico: non ragionate, ma credete!». Più o meno sarà quello che cercherò di dire nella mia risposta. Più o meno.