25 giu 2007

L'anima di Harlem e il toro domenicale.

Prima di tornare in Italia volevo raccontare una domenica newyorkese un po atipica che mi ha aperto gli occhi sui diversi mondi, culture e tradizioni che convivono nella grande mela.
Ma anche sul concetto di convivenza, tolleranza e integrazione. Nonchè senso di appartenenza.

Domenica mattina messa ad Harlem. La scelta non è facile. Volendo mettere al centro lo spettacolo e la musica gospel è meglio, indubbiamente, una chiesa evangelica battista.
Una di quelle chiese che non hanno nemmeno l'altare ma un palco per il coro e un palchetto per il predicatore. Hanno la zona strumentale e i loggioni per i fedeli che vengono accolti in platea e al primo piano, quasi come in un teatro tradizionale.














Invece, grazie alle dritte di alcuni venditori di cocomeri per strada, riesco a trovare una chiesa cattolica romana dove si celebra il rito come da noi. Ma siamo ad Harlem. Ed ecco le sorprese, cantanti, strumenti, coro e un atmosfera conviviale e interattiva.
A turno i cantanti si esibiscono in assoli ai quali si può e si deve applaudire. Ma anche lanciare degli stupiti WOW!

Ad ogni preghiera segue un coro e un battito di mani continue. Il padre nostro è cantato con una catena di mani infinite. Tutta la chiesa in un girotondo ideale, ondeggiando e scuotendo la testa all'unisono.
Bellissimo lo scambio del segno della pace. Il prete (bianco) lancia il messaggio e tutti cominciano a spostarsi, da un banco all'altro.

Lo scambio del segno di pace, che da noi è una stretta di mano, diventa un susseguirsi di baci e abbracci. Gente sconosciuta mi bacia e mi abbraccia augurandomi pace e felicità. Il prete scende dall'altare e, a uno a uno, va ad abbracciare i suoi fedeli.
Solo questo rito del "segno di pace" dura dai 20 minuti alla mezzora, con il coro che continua i suoi gospel.
Alla fine la sorpresa. Nel corso dei messaggi finali, il prete racconta cose di vita quotidiana. Ad esempio, invita tutti ad applaudire una signora di colore che aiuta da anni in parrocchia. La invita ad alzarsi in piedi e nasce una chiaccherata. E tutti giù con abbracci e applausi.

Poi chiede a noi chi sono questi "visitors"! Timidamente mi alzo annunciando che siamo italiani. Ed ecccolo che invita tutti ad appaludire e ad accoglierci nella comunità.

Finisce con altri canti e con bevande e dolcetti. Una messa di quasi due ore.

Harlem, la città dell' "anima".


Povera chiesa di Roma dove ti nascondi? Perchè ci hai represso nei nostri sentimenti più veri. Perchè una messa in Italia è un rito di sofferenza e di pudore estremo.
Qualche prete ci prova a introdurre chitarre e altri segni "rivoluzionari" di discontinuità, ma siamo distanti milleni dal "soul" della gente di Harlem.


Primo pomeriggio lower Manhattan verso il Financial District. Wall Street insomma. Tutto un altro mondo. Asettico, di plastica.
La passione e i sentimenti di Harlem sfumano. E siamo sempre a Manhattan, cento strade più giù!

Qui vedo la gioventù rampante che lavora di domenica. Che mangia il panino appoggiata sul terminale. Vedo le palestre (tantissime) che sono sorte accanto agli uffici.
Di domenica fanno ginnastica sui tapis rulant e sulle cyclette. Ma non quelle normali, bensì quelle con il monitor che visualizza chissà quali indici che salgono e scendono. E salgono e scendono.

E' la città del toro!

Non c'è anima, solo corpi che entrano ed scono dagli uffici, dalle palestre e dai negozi. Rigorosamente aperti di domenica pomeriggio.


















Alla sera si torna nel Village. Si respira un aria più sociale. E si può mangiare all'aperto o al chiuso in mezzo a tanta gente che non lavora. E' domenica!

Città nella città. Mille. Forse di più. In ognuna c'è qualcosa di diverso. A volte due strade sono una città. Chinatown saranno tre strade in tutto, Little Italy due.
Manhattan è così. Diversa in ogni angolo.
Non si potrà mai dire quale sia la caratteristica che accomuna i newyorkesi. Forse la bandiera.
La bandiera è dietro all'altare, ma anche nell'ufficio di Wall street, fuori dal centro commerciale, dentro la lavanderia indiana e in bella mostra sul risciò di chinatown.

Non ho mai visto un rumeno, un cingalese o un moldavo sventolare la bandiera italiana. Ma ho visto tutte le razze del pianeta sventolare quella americana.
A New York!

7 commenti:

Luigi Bertuzzi ha detto...

Bello .. proprio bello lo spirito che si sente "animare" questo post;
fa venir voglia di emularlo .. in qualche modo anche tra noi;
chissà se sarà possibile riprendere le cose che avevi cominciato a dire in quest'altro tuo post .. con l'aiuto anche delle cose che sta dicendo Adriano sul fare esperienza in rete ..
Io ci sto ancora provando .. e spero proprio di poter presto far vedere che un po' di quello spirito di appartenenza e di comunicazione interpersonale "alla pari" .. che hai trasmesso in questo post .. potremo cominciare a percepirlo anche in un "nostro" momento d'incontro .. come il prossimo Veneto BarCamp .. :-)
Anche ai nonni piace sognare .. :-))

Luigi Bertuzzi ha detto...

Sembra si sia perso il link di .. quest'altro tuo post .. su La necessità di animare le reti sociali

jakaiser ha detto...

Son sempre stato tentatissimo di diventare protestante :) La gerarchizzazione - organizzazione - pudoricizzazione - teologicizzazione delle nostre celebrazioni mi rattrista: lo capiranno mai che volevamo solo essere cristiani?

kit ha detto...

Che bello leggere certe cose...e tutto quello che tu hai detto è vero...accade veramente...
Non ho avuto il coraggio di andare ad Harlem a seguire una messa perchè mi era stato detto che Harlem era veramente pericolosa (la mia amica nera non poteva venire con me)...
Comunque la prima cosa che mi ha colpito, quella sera di giugno dell'altr'anno quando sedevo fuori da una pseudo pizzeria che vendeva pizza al trancio, è stata la moltitudine di razze presenti e soprattutto "conviventi"...

Che bella NY...posso veramente dire d'amarla...

Massimiliano ha detto...

Culture, razze, usanze, si fondono nella grande Mela come in nessuna altra città del mondo.
La città del toro, è vero, maanche quella dell'orso con la sua violenza, la sua emarginazione, la sua potvertà, così lontana da Manhattan e dai quartieri residenziali di Brookly e Queens.
Una città dalle mille contraddizioni e dai mille sogni.
Per un attimo è anche possibile trovarsi a casa perchè NY è pur sempre la grande mela e va morsicata.

Natascia ha detto...

Ho letto entrambi i post su NY. Ti dico la mia esperienza americana..su NY in quanto e' un continente nel continente...pregi e difetti di sicuro come noi...ma cio' che ho respirato io e' stato..
cordialita'..condivisione..senso di appartenenza ed orgoglio per il proprio paese...apertura mentale..varieta'...stimolo intellettuale...dinamismo..curiosita'...originalita'...
certo se becchi quello che ci ha tolto dalla guerra..ti spari dopo un secondo..ma per tutto il resto..mi sono sentita in una seconda casa...l'unico problema e' troppo moderna..anche se sono una tecno fun posso dire : Arridatece el colosseo! Nessuna citta' e' come una delle nostre..peccato che ci sputiamo sopra...e le lasciamo decadere...

Anonimo ha detto...

Bello veramente. E' un modo diverso di vedere la grande mela.
Se hai tempo scrivine altri.
Ciao Michela