08 dic 2006

Anche la PA, anche la PA......finalmente

Chiaro che mi fa piacere, ma non mi illudo. Lavoro nella PA e so che la mentalità della Pubblica Amministrazione è conservatrice nel midollo.

L'innovazione stenta ad essere intesa come motore trainante della "competitività". La competitività non è un obiettivo per la PA. La PA non compete, serve il cittadino. O meglio dovrebbe servire il cittadino e se non ci riesce entra in conflitto sociale permanente per ottenere fondi o giustificare la mancata erogazione dei servizi.

Bene, leggo sul bollettino del Forum PA questo articolo che riporto integralmente in calce e trovo una certa soddisfazione nel percepire che "...se ne parla...", finalmente si capisce che la competitività passa per l'acquisizione di conoscenza anche nel settore pubblico.

Ho la fortuna di lavorare in un settore "innovativo" della PA, ma le resistenze al cambiamento sono fortissime. Lo vedo, lo capisco, ma non mollo.

Estratto da "l'altra pa": http://www.forumpa.it/archivio/3000/3700/3780/3785/ricerca-veloci.html


Ricerca ed impresa, due mondi troppo distanti? del 07/12/2006

Il ruolo della ricerca è fondamentale per trasferire l'innovazione al mercato ed al territorio. Ma per uscire dalla profonda crisi in cui è precipitato il nostro Paese è necessario adottare un nuovo modello di ricerca che coniughi le scienze di base con le applicazioni industriali e trovi nuovi canali per raggiungere e stimolare l'impresa per una crescita continua e congiunta.

La ricerca in Italia

Nonostante i fondi e le risorse dedicati alla Ricerca nel nostro Paese siano decisamente inferiori al resto del mondo occidentale, livello e qualità sono ottimi, tuttavia il gap italiano in materia di innovazione è innegabile. L'Italia è andata perdendo competitività passando dal trentatreesimo posto del 2002 al quarantaduesimo del 2006 (dati World Economic Forum 2006) e nell'ultimo anno appena il 10% delle nostre esportazioni derivava da settori basati sull'innovazione tecnologica, contro il 16% della Germania, il 17% della Francia ed addirittura il 26% della Gran Bretagna (Bollettino n. 5, Statistiche Ministero Commercio Estero). Una situazione preoccupante che non può lasciare indifferente il Governo e che va affrontata in modo serio coinvolgendo tutti i portatori di interesse a cominciare dalle imprese, dalle Università, e dalle amministrazioni pubbliche deputate alla governance e allo sviluppo del territorio.

Ricerca, Innovazione, Competitività… Cooperazione

Nell'epoca dell'economia globalizzata la sfida per continuare a cresce consiste nel trovare al proprio interno la capacità di innovare e proporre sul piatto della bilancia commerciale questa innovazione sottoforma di conoscenza. La stessa Unione Europea ha modificato la propria rotta in materia di innovazione tecnologica con il Settimo Programma Quadro (7PQ), che abbandona il termine "società dell'informazione" in favore di quello molto più ampio di "società della conoscenza". L'orientamento da perseguire, dunque, quello che consentirà il vero sviluppo e favorirà la competitività non è più l'innovazione di servizi, quanto l'innovazione di processo. I nuovi elementi su cui si focalizza il 7PQ sono: una maggiore enfasi ai temi della ricerca non più solo come strumento, ma come obiettivo a cui tendere, l'attenzione alla semplificazione e la necessità che la ricerca venga incontro alle necessità dell'industria attraverso partnership pubblico private. Per raggiungere questo obiettivo, però, è necessaria una riconversione che tocchi in profondità tutto il tessuto produttivo, partendo dalle infrastrutture, fino alle imprese che operano in settori maturi, passando per le pubbliche amministrazioni ed il mondo della didattica e della ricerca universitaria. Il nuovo volume appena pubblicato dall'Associazione Il Secolo Della Rete "L'innovazione necessaria", che sarà presentato a Roma, l'11 dicembre prossimo, in questo senso pone l'attenzione sulla necessità di un nuovo corso per l'innovazione, un new deal basato sul concetto di cooperazione. Un modello che sappia trarre le giuste spinte dalle esperienze cooperative di successo come linux, o wikipedia e che abbandoni la strategia del "breve termine" troppo spesso adottata dalla Politica come vincolo discriminante anche per le linee della ricerca.

Ancora una volta è un problema di Cultura

"Il problema dell'innovazione in Italia è un problema grave, compromesso da un GAP di tipo culturale che le soluzioni tradizionali di tipo tecnico organizzativo con cui è abituata ad intervenire la pubblica amministrazione, non sono adatte a risolvere questo tipo di distanza" A parlare è Federico Pedrocchi, giornalista e fondatore di Italian Applications, un'iniziativa editoriale nata in collaborazione con l'editore Hublab ed Il Sole24 Ore. "Il nostro punto di forza è quello di essere dei comunicatori e divulgatori di scienza, abituati a trasferire contenuti di scienza e a proporli al pubblico, e questo ci pone nelle condizione di poter fare da mediatori culturali". La testimonianza di Pedrocchi sul mondo del trasferimento tecnologico italiano offre uno spaccato drammatico della situazione in cui non si ha chiaro chi deve fare cose, e l'incontro tra impresa e ricerca spesso salta a causa di reciproche inomprensioni, come imprenditori che chiedono ai ricercatori di produrre business plan, per illustrare la catena di produzione e il mercato di target o, viceversa, ricercatori che non si fidano a divulgare le proprie idee o non hanno idea di cosa sia un'azienda, un mercato o i tempi di produzione e, quindi, non sono in grado di espore le proprie idee ad una platea di non accademici."Nel resto del mondo non è così - continua Pedrocchi - noi siamo in contatto con dei venture capital di Cambridge perfettamente a loro agio nel mondo della ricerca, e perfettamente consci delle potenzialità del patrimonio di informazioni racchiuso in quel mondo, il che li mette in grado di fare il loro mestiere cioè sviluppare e finanziare business. La controparte di questa situazione è rappresentata da Università e Campus, come quelli americani, dove l'attitudine a comunicare viene insegnata assieme a quella di fare ricerca scientifica".

Eppure il modello c'è

Lunedì scorso 4 dicembre ad Udine si è tenuta la cerimonia di premiazione del PNI, il Premio Nazionale per l'Innovazione, ovvero la competizione che riunisce i vincitori delle Business Plan Competition italiane. In pratica la struttura messa in piedi dal PNI e organizzatasi sotto il nome di PNIcube, consente ad una buona idea di ricerca applicata di passare dallo stato progettuale a quello organizzato di una impresa pronta per affrontare il mercato, tutto questo attraverso l'affiancamento di formazione manageriale, la consegna di premi in denaro e la creazione di un tessuto di relazioni istituzionali ed economiche. Un sistema di successo che in 5 anni ha permesso la nascita di ben 141 le aziende spin-off delle Università italiane.

Le parole del trasferimento tecnologico

L'idea: Ci deve essere un'idea, preferibilmente innovativa, che preveda la risoluzione di problemi L'innovazione: Se l'idea è causale l'innovazione è invece frutto del ragionamento e si realizza quando il valore dell'idea raggiunge il mercato attraverso un nuovo prodotto, servizio o processo. Lo spin off: è un concetto moderno che sostituisce il classico contratto di ricerca con cui l'impresa "compra" un servizio, e consiste nella creazione di una nuova impresa per iniziativa dei ricercatori che vi conferiscono le loro idee e conoscenze. Il brevetto: è lo strumento che tutela giuridicamente il risultato di una ricerca innovativa. una tecnologia non copiabile è un notevole valore aggiunto. Il Venture Capital: è l'apporto di capitale di rischio sotto la forma di partecipazione al capitale sociale da parte di un investitore. L'incubatore: una struttura di sostegno alla nascita e alla crescita delle imprese, capaci di offrire ampie gamme di servizi logistici, di supporto manageriale e di formazione.

Un miliardo di euro in tre anni per la ricerca potrebbe non bastare

La nascita di imprese basate sul trasferimento tecnologico che siano veramente un volano per la competitività di un territorio non è, dunque, qualcosa di automatico a partire da una ricerca di buona qualità, ma un processo che va sostenuto ed incentivato, ed in cui il pubblico deve avere un ruolo fondamentale. Il Ministro Nicolais prima del suo intervento di chiusura lunedì scorso a Udine, in occasione della premiazione del PNI, ha rassicurato la platea accademica presente affermando che "Il governo intende stanziale un miliardo e cento milioni di euro in tre anni per l'innovazione, si tratta di una novità assoluta per il Paese. Inoltre con il programma Confindustria 2015 abbiamo in mente un grande progetto che metta insieme per la prima volta le imprese, l'Università e gli ambenti di ricerca per avviare un processo di innovazione che rappresenta una scelta strategica per il governo". Ma quello che è certo è che un problema culturale non si sblocca per via amministrativa mettendo in rete le ricerche o pubblicizzando un numero verde. Anche questo è utile, ma non basta cerare l'incontro, occorre curarlo e fornire chiavi di comunicazione e di interpretazione di due linguaggi che, al momento, sono troppo distanti.

Nessun commento: